Parrocchia S.Carlo
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Attraversare il giardino delle nostre incertezze PDF Stampa E-mail
Carissimi, nell’imminenza della Quaresima, vorrei con voi condividere questo dialogo.

Leggiamo al Capito 22, versetti 40-46 di S. Luca:
Gesù, giunto ad un podere chiamato Getsemani, disse ai suoi discepoli: “Pregate per non entrare in tentazione”. Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e inginocchiatosi pregava: “Padre, se voui, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia ma la tua volontà”. Gli apparve un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia pregava ancor più intensamente e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate per non entrare in tentazione”.
Quando Gesù uscì dalla stanza della cena i suoi discepoli si smarrirono. La strada che dal Cenacolo giunge al Getsemani e di qui alla croce è lunga, difficile, fitta di tenebre ma, ad un tempo, densa di significato. È il cammino di una notte che attraversa il Giardino degli Ulivi, luogo familiare anche a Giuda, il traditore,che conosceva quel posto, perché spesso Gesù aveva riunito lì i suoi discepoli. (Gv 18,2). Ma come allora può un luogo intimo, confidenziale, trasformarsi nel luogo dell’agonia suprema, della tristezza più grande, fino a morirne?
Forse  proprio questo è il senso della morte di Cristo, che da “passione subita” si trasforma in dono d’amore, a tutti offerto, che nessuno perde, se non chi rifiuta di credere in esso…
I luoghi familiari possono allora diventare oscuri e tenebrosi, ma Gesù non rinuncia a trasformarli in luoghi ancora accoglienti per tutti gli amici.
Le tenebre non vincono l’amore (Gv 1,5).
 

Li trovasti addormentati, sfiniti per la tristezza
 

            Stupisce questo fatto, Signore Gesù: che tu abbia voluto portare con te i tuoi discepoli anche nel giardino dell’agonia. Che te ne facevi allora di tali compagni? Non erano un fastidio, un peso? Non sarebbe stato meglio per te esserci andato da solo? Solo come sul monte, sui tanti monti dove ti ritiravi spesso a pregare, come sinteticamente annotano i Vangeli.
            Perché distrarti più volte dalla preghiera, per tornare da loro e trovarli infallibilmente addormentati? Li trovò che ancora dormivano – dice Marco (14,40) – non riuscivano a tenere gli occhi aperti e non sapevano cosa rispondergli. Quante volte anche noi ci riconosciamo in questo avvilente ritratto! Sfiniti per la tristezza, annota Luca (22,45).
            Ma tu conosci il nostro cuore e sai quanto sia facile per tutti noi trovare nella tristezza e nell’autocommiserazione un decoroso motivo per desistere, per dormire, per abbandonare la lotta che sola è capace di affrontare la morte di petto, senza tentare la fuga da essa attraverso l’anestesia del sonno.
            Questa, dunque, è la ragione per la quale li conducesti nel giardino: per imparare ad amarli sino alla fine e a tenerli presso di te sulla croce, anche quando inutilmente i tuoi occhi li avrebbero cercati, tanto lontani essi erano fuggiti. Per dire, anche di loro: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno, di loro, come di tutti noi altri che, pure, alla fine, non siamo diversi.
 

Attraversare quel giardino
 

Il giardino è luogo di tenebra attraverso cui tu, o Signore, dovevi passare con i tuoi per prendere su di te il loro sonno e diventare loro sacerdote, loro pastore e loro sostegno; per far vere le parole della cena: il mio corpo è dato per voi, il mio sangue vi raccoglie dal vostro sonno e vi risveglia all’Alleanza nuova e definitiva.
Il tuo amore ci precede, la tua preghiera ci sostiene anche nel sonno, non per darci l’esonero dal cammino, ma perché sia aperto e praticabile. La memoria della tua passione ci riconduce sempre così di nuovo a questo giardino: perché di lì si ricomincia sempre il cammino che conduce al Padre.
Oggi vorremmo essere finalmente svegli, tornare ai piedi della croce, passando attraverso questo giardino e riuscendo finalmente in esso a vegliare almeno un’ora insieme a te. Vegliare per non rassegnarci alla nostra tristezza, per non amarla, per non abbandonarci stancamente ad essa. Vegliare per trasformare la nostra tristezza in pentimento e il pentimento in richiesta di perdono.
L’occasione dell’imminente Quaresima potrebbe davvero essere il momento favorevole, l’ora della salvezza che la tua bontà senza misura elargisce alla nostra invincibile e sonnolenta tiepidezza.

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