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| Sacro Triduo Pasquale 2008 - Omelia del Giovedì santo nella Cena del Signore |
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![]() Questa serata di Giovedì santo che la storia ha consacrato alla santità ha sempre suscitato in me, e credo anche in voi, sentimenti di intimità e desideri di confidenza. Doveva, anche quella sera d’inizio primavera, essere un momento di intimità e di amicizia per il maestro, che ardentemente desiderava mangiare la Pasqua con i Dodici che, già consapevole di quanto lo attendeva, si preparava a compiere la Pasqua definitiva nella sua stessa vita: Corpo donato e Sangue versato. Sarebbe troppo facile quanto ingenuo tracciare un confine netto, preciso, come spesso si desidera, tra buoni e cattivi, tra fedeli e traditori, giusti e iniqui… Tutti in questo disegno abbiamo una parte: impasto di santità e peccaminosità, di accoglienza e renitenza. Anche Giona sfugge al progetto di salvezza che Dio ha su Ninive: non si sente all’altezza, ha paura, crede che, alla fine, tutto sia inutile: A che cosa serve? A che giova? Tanto non cambia niente! Eppure, anche Giona, mentre ancora sta fuggendo da Dio, diventa inconsapevole segno per quelli di Ninive: “tre giorni e tre notti trascorsi nel ventre del pesce, come il Cristo rimarrà, per il medesimo tempo, nelle viscere della terra”! Dunque, anche quando siamo lontani , Dio ci segue, non si dà pace! Anche nella Chiesa di Corinto v’è solitudine di cuore, le divisioni si vedono e pesano, Paolo non ne fa mistero e rimprovera con decisione quella Comunità: “Quando vi radunate insieme il vostro non è più un mangiare la cena del Signore”. E ancora, con pazienza infinita, a ricordare che quel radunarsi non è volontà umana, ma obbedienza al comando di Gesù: “Questo è il mio corpo che è dato per voi. Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, fate questo in memoria di me.” Ciò è detto tanto ai Corinti quanto ad ogni Comunità cristiana e, dunque, anche alla nostra. E allora torniamo ancora alla tenerezza di Dio, al suo desiderio di intimità che si esprime in pienezza nell’umanità di Cristo, che non ci disprezza quando promettiamo al di là delle nostre risorse: “Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai” – sostiene il buon Pietro. Non si spazientisce quando ci trova appesantiti e sonnolenti per la tristezza: “Li trovò che dormivano…” – i coraggiosi discepoli che facevano a gara per difenderLo. Non si adira quando ci avviciniamo a Lui con il cuore irreparabilmente in esilio da Lui: “Si avvicinò a Gesù e lo baciò”. Non ci condanna quando sguainiamo le nostre spade per colpire e uccidere: “Rimetti la spada nel fodero!” Non si dispera quando spaventati a morte ce la diamo a gambe. “Allora tutti i discepoli, abbandonatolo fuggirono” Eppure giurarono di essere pronti a morire per Lui… E anche quando incrociamo il suo sguardo ad una svolta di quella via che lo conduce al supplizio: ancora ama, comprende, perdona. |
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